I PERSONAGGI
( Un capitolo certamente incompleto...)
Zu Chicciofuru (Zio Cristoforo)
Il primo Campusantaru (guardiano del cimitero, becchino) del primo cimitero di Sant'Agata in una zona detta Pantano, si chiamava Cristoforo. Era un uomo semplice e bonaccione, un ingenuo, ma era anche un gran lavoratore, infatti trascorreva tutta la giornata al cimitero a lavorare. Aveva un modo di parlare tutto particolare e non sapeva pronunciare il suo nome, diceva infatti Chicciofuru. E' rimasto celebre per la domanda che usava fare ai parenti del defunto: "Vulìti a pomba o u fusciu, pi lu muurtu?", cioè voleva sapere se al morto dovevano costruire una tomba, ed allora servivano i muratori, o invece se dovevano seppellirlo sotto terra, ed allora era lui che doveva scavare la fossa (u fusciu). Per Cristoforo non esisteva orario per rientrare a casa e, se il tempo era cattivo, lui non aveva alcun problema: dormiva nella stanza che si trovava dirimpetto alla cappellina. Sua moglie, spesso spazientita dall'incerto ritorno a casa del marito, non sapeva come regolarsi per la cena. Ella, infatti non era una buona moglie e pensò bene di cucinare per più giorni in una sola volta. Preparò quindi un pentolone di pasta e fagioli, in modo che, a qualsiasi ora o in qualsiasi giorno fosse rientrato il marito, sarebbe bastato riscaldargli un po' di minestra. Naturalmente, il preparato si inacidì ed il povero marito, nonostante fosse tanto buono, si arrabbiò con la moglie che non volle preparargli un altro pasto dicendo che non si poteva buttare quel "ben di Dio". Ne venne fuori un acceso litigio ed al povero marito non rimase altro da fare che correre dai carabinieri per avere giustizia. Cristoforo, quindi, si recò in caserma portando con se la casseruola piena di quella...squisita pietanza ed al brigadiere che ascoltava la sua lagnanza disse: "Pova, pova, signuru pinnatìeru, si chìssa su patani e fasuoli ca si ponu mangià", prova, prova, signor brigadiere se questa minestra si può mangiare. Il brigadiere con molta pazienza riappacificò i coniugi e convinse la moglie di Cristoforo a preparare un altro pasto.
Antoniu i Mandratu
Un altro personaggio classico di Sant'Agata era Antoniu i Mandratu, celebre per la sua "innocente furbizia". Quest'uomo era nato con un handicap al cervello, ma era sano nel corpo e molto goloso di vino, di caffè e di carne al sugo. Infatti, l'unico tipo di carne che per lui avrebbe dovuto esistere era il ragù. Una volta fu invitato con la sua famiglia ad un pranzo in casa di amici. Vennero servite molte portate, ma appena consumato il primo piatto di pasta al sugo, grande fu la delusione di Antonio nel vedere sulla tavola delle cotolette di vitello, anziché carne al sugo; al che commentò: "Che gente! Ti invitano a pranzo e ti offrono frittatelle." per Antonio infatti, le cotolette erano semplici frittate e non carne.
Nel periodo della seconda guerra mondiale, fra tutte le altre cose mancava il sale, quando si riusciva a farne arrivare un certo quantitativo, per evitare l'accaparramento, se ne distribuiva un chilo per famiglia; si faceva la fila davanti la rivendita alla presenza di un carabiniere che vigilava sulla correttezza dell'operazione. In fondo alla fila, un giorno, vi era proprio Antonio di Mandrato, il quale, per paura di rimanere senza sale, si mise a piangere in modo straziante finché il carabiniere, visto il pover'uomo in quelle condizioni, si impietosì e pregò la gente in fila di dargli la precedenza. Le persone acconsentirono e così Antonio entrò e, tutto felice e contento, ebbe il suo sale. Uscendo dalla rivendita si sentì in dovere di... ringraziare il carabiniere e gli disse così: "Carabinie', amaru a chini è fissu a ssu munn!"" (Carabiniere, è brutto essere fesso in questo mondo!), cioè, se io non fossi stato furbo nell'inscenare quel pianto, sarei rimasto senza sale. Per Antonio la mancanza di sale significava non poter cucinare la pasta con il ragù.
Le preoccupazioni di Antoniu i Mandratu (il suo vero nome era Antonio Ciraudo) erano: accertarsi che in casa vi fosse del pane, almeno un tozzo per lui e gli altri, che si arrangiassero; i cerini, senza i quali non si poteva accendere il fuoco per fare il caffè e per cucinare e guai a chi andava a casa sua a chiederne uno!; Il vino che lui beveva tutto d'un fiato, quale che fosse la dimensione del bicchiere. Una cosa che non sopportava era il baccalà, non voleva sentirne nemmeno l'odore. Il perché stava nel fatto che lui mangiava tutto voracemente e, certo, non poteva farlo con il baccalà che aveva le spine; d'altro canto, una volta una di esse gli era rimasta in gola e questo era per lui un ricordo tremendo.
Antoniu i Mandratu si arrangiava a fare il ciabattino e per ogni riparazione che eseguiva in modo grossolano, per paga pretendeva sempre qualcosa da mangiare, pane, formaggio, vino o caffè e se qualcuno lo pagava con i soldi, li spendeva subito in cibo.
Nel periodo delle castagne Antoniu i Mandratu era felice anche se era costretto al duro lavoro della raccolta e del trasporto che effettuava portando un sacco pieno sulla testa, come le donne. Era felice perché bastava vendere qualche tomolo di castagne fresche per avere in casa denaro sufficiente a comperare di tutto e così lui poteva godere dell'abbondanza di cibo. Pieno di euforia diceva quindi alla sorella: "Allegra, scioscia Parmì, ca mò veni Natali, pua venidi PAsca e chi ci vò a vinì n'atra vota i castagni? E simu ricchi.". Allegra, sorella Palmina, che adesso viene Natale, subito dopo viene Pasqua e che ci vuole perché ritorni il tempo delle castagne? E noi così siamo ricchi.
Mastru Ciriacu detto Curcillu
Vicino la Chiesa Madre vi era una bottega da barbiere, il cui proprietario si chiamava Mastro Ciriacu, detto Curcillu. Esercitava il mestiere di barbiere solo il sabato e la domenica e negli altri giorni festivi. Aveva una clientela così detta allo staglio, gioè pagavano una volta l'anno, con grano o altro nel periodo dei raccolti. Gran parte della clientela era composta da vecchi, quasi tutti con la pelle grinzosa e le guance infossate per la mancanza di denti (A prìsama, così si chiamava la dentatura al completo). In quelle condizioni era difficile raderli senza che ne venisse fuori qualche taglio. Il barbiere, dopo tanto pensare, trovò per questo problema una soluzione assai singolare. Prese delle patate di diversa misura a seconda della grandezza della bocca, e le infilava sotto le guance dei clienti cosicché la pelle, divenuta tesa poteva essere rrasata con maggiore facilità. Il bello era che queste patate giravano da una bocca al'altra senza che venissero pulite o disinfettate. Il barbiere, inoltre era famoso anche per i suoi rasoi, infatti, ne aveva solo due che, per il loro filo tagliente, erano stati soprannominati lacrimusu e poggia pìedi.
Sciampaulu
Sempre nella piazzetta davanti la Chiesa Madre esisteva una bottega da sarto. Il proprietario si chiamava Francesco, detto Sciampaulu. Costui era un tipo allegro e burlone. Quando nella sua sartoria capitava qualche sprovveduto malcapitato che non lo conosceva, Mastru Sciampaulu ne approfittava subito per prenderlo il giro.
Una mattina che pioveva, entrò nella sartoria per ripararsi dalla pioggia un certo Pietro che aveva in mano un cartoccio con un po' di carne da fare in brodo e già pregustava il piacere di mangiarla, dato che raramente poteva permettersi il lusso di comperare carne. Dopo aver parlato del tempo e del misero momento che stavano attraversando, il sarto espresse il desiderio di avere Pietro ospite a casa sua. Lo pregò ed insistette fin quando il povero Pietro acconsentì. A questo punto Mastru Sciampaulu disse la fatidica frase: "Goi, alla guna e menza dopu mangiatu vieni adduva a mia" (oggi, all'una e mezza dopo mangiato vieni a casa mia). Il povero malcapitato andò a casa a portare la carne e disse alla moglie: "Magiatela voi tutta perché io sono stato invitato a casa di un carissimo amico".
Non appena Pietro fu uscito entrò nella sartoria un certo Giulio, che abitava in campagna. Il sarto, tutto premuroso e preoccupato per la pioggia, si rivolse a quest'altro povero sprovveduto e gli rivolse lo stesso invito con le medesime parole. Giulio accettò e ringraziò in anticipo per la gentilezza.
Verso l'una e mezza sia Pietro che Giulio passeggiavano ognuno per conto suo, andando avanti e indietro nella piazzetta, in attesa che il sarto venisse a prenderli per portarli a mangiare. Dopo un po' i due si domandarono cosa facessero lì e chi aspettavano; seppero così che erano stati invitati dalla stessa persona che, però, purtroppo non si vedeva. Finalmente, verso le due, videro spuntare il sarto, accompagnato da due amici sorridenti che si stavano gustando la scenetta dei due poveri malcapitati che aspettavano l'anfitrione e che troppo tardi si erano resi conto che erano stati presi in giro. Risentiti, presero Mastru Sciampaulu a parolacce, ma costui, senza scomporsi rispose: "Iu v'avìa 'mmitati adduv'a mia alla guna e menza dopu mangiatu, non vi avia dittu di vinì a mangià ghintra a mia!" (io vi avevo invitati a venire a casa mia all'una e mezza dopo mangiato, non vi avevo detto di venire a mangiare da me). Ai due poveri creduloni affamati, scornati e derisi dai presenti, non rimase altro che andarsene tutti furibondi ed inviperiti per lo scherzo poco piacevole di cui erano stati vittime. La cosa più spiacevole, però, fu che per diversi giorni dovettero subire lo sfottò degli amici.